Sorelle, amori e guai - Webnovel - Narae

Sorelle, amori e guai

Barbara Scotto - Contemporary Romance

✨ Una webnovel narae selectIl meglio delle autrici self selezionate da narae, in collaborazione con il Festival Romance Italiano.Quattro sorelle molto diverse tra loro. Jenny è una sognatrice romantica, con la testa tra le nuvole e la tendenza a cacciarsi … altro


57 Episodi

Episodio 1

 

Jenny

 

Le deboli luci della palestra ormai vuota tagliavano a metà l’ingresso. Nascosta nella penombra, con i muscoli contratti dalla stanchezza, osservai attraverso la porta a vetri il parcheggio battuto da un temporale di tutto rispetto.

 

“Questa pioggia, come minimo, verrà giù tutta la notte” commentai contrariata, ben sapendo che Beky non avrebbe spiccicato parola; se l’avesse fatto, sarebbe stato solo per insultarmi. “E salvo che tu voglia accamparti nello spogliatoio o rischiare di romperti l’osso del collo con il motorino, direi di chiamare casa perché vengano a prenderci.”

 

Lei sollevò le spalle. “Fai tu. Tua l’idea del cazzo, tua la soluzione.”

 

Appunto.

 

Tornò indietro e sedette su una panca.

 

Distogliendo lo sguardo da lei, sporsi la testa fuori dalla porta per comprendere meglio la situazione. Allungandomi, scorsi una Peugeot rossa parcheggiata dall’altro lato del piazzale.

 

“C’è l’auto di Flavio” esclamai, vinta da un’ondata di sollievo. “Significa che si trova ancora qui, da qualche parte. Potremmo chiedergli un passaggio.”

 

Beky sbuffò, ma non diede il minimo segnale di volersi alzare. Tamburellava con le dita sul legno della panca, le gambe accavallate in un modo che sembrava casuale, ma non lo era affatto. Niente di ciò che faceva era mai lasciato al caso.

Le lanciai un’occhiataccia, ma nonostante mi infastidisse quel rumore ripetuto evitai di rimbeccarla.

 

Beky era fatta di istinto esplosivo ed emozioni estreme, e io attraverso quei piccoli dettagli capivo quando tentava di darsi un freno.

 

Ce l’aveva con me, perché avevo sfidato la sorte prendendo lo scooter, anziché l’auto, ignorando i suoi ammonimenti.

E il cielo, quel maledetto, le aveva dato ragione rovesciando un acquazzone degno del diluvio universale.

 

Inoltre, detestava Flavio, al punto da preferire farsi una corsa sotto a un temporale piuttosto che mendicare un passaggio proprio a lui.

 

“Quello stacanovista è sempre l’ultimo ad andare a casa, per questo arriva in ritardo agli appuntamenti con Angi” borbottai, avviandomi verso la sala degli attrezzi per capire dove si fosse imbucato.

 

“Stacanovista un corno” sbuffò Beky, “se fosse stato un operaio edile col cavolo che avrebbe fatto gli straordinari.”

“Angelica lo ama, se è felice lei dovresti esserlo anche tu, invece di odiarlo a tal punto” la rimproverai.

 

“Io non lo odio!” si difese Beky con fervore. “Però, se potessi scegliere tra vedere la mia sorellina sposata con lui o vederla single a scatenarsi in discoteca, opterei di sicuro per la seconda ipotesi.”

 

“Guarda caso” commentai, ridendo della presa di posizione della mia testarda gemella. “Ma prima o poi incontrerai pure tu quello che ti farà girare la testa tanto da mettertela a posto.”

 

“Come no! E il giorno dopo ne incontrerò un altro che mi farà tornar voglia di rimetterla là dov’era prima.”

 

“E cioè dove, sorellina? Sotto il cuscino o sopra le nuvole?”

 

Beky finse di pensarci arricciando le labbra. “Ehm… direi sotto il cuscino dall’alba al tramonto, e sopra le nuvole dal tramonto all’alba. E non chiamarmi sorellina” concluse in tono acido.

 

Ero nata tre minuti prima di lei, detestava quando mi atteggiavo a sorella maggiore.

 

Scossi la testa, rassegnata a quel suo modo di vivere.

 

Avevamo condiviso nove mesi nel grembo di nostra madre, ma oltre a quello, le nostre affinità finivano lì.

 

Al contrario suo, che li cambiava come fossero calzini, io non avevo mai avuto un ragazzo vero e proprio, solo brevi frequentazioni, il tempo di accorgermi che il tipo non faceva per me. 

 

“Comunque, qui non c’è nessuno” commentò Beky. “Avrà lasciato lì la sua macchina e sarà andato via con un amico.”

 

“Impossibile” replicai, insospettita. “Flavio ama troppo la sua macchina. Se esistesse un ombrello abbastanza grande, guiderebbe con il braccio fuori dal finestrino pur di ripararla, figurati se la lascerebbe tutta la notte in un parcheggio pubblico.”

 

“Già, Flavio ama la sua macchina, ama il suo lavoro e ama nostra sorella” puntualizzò Beky con una punta di cantilenante acidità. “In questa sequenza. Troppe cose per un limitato di mente qual è lui. Prima o poi si stuferà e ne mollerà una, vedrai.”

 

“Speriamo non sia Angelica” bofonchiai poco convinta.

 

“Su questo non ci scommetterei.”

 

Mi diressi verso l’ufficio sul retro, dove una musica bassa e dei rumori mi suggerirono di averlo trovato. Mi avvicinai con cautela, convinta di sorprenderlo a rimirarsi allo specchio mentre fletteva i pettorali, o concentrato su qualche scheda di allenamento.

 

Infilai la testa nello spiraglio prima di bussare, ma uno sguardo all’interno mi fece immobilizzare con la mano a mezz’aria. 

 

Rimasi dapprima attonita, poi disgusto e collera presero il sopravvento.

 

“Jen?” Il sussurro di Beky mi arrivò vicinissimo. Mi voltai in tempo per vederla spalancare gli occhi e aprire la bocca, il corpo proiettato in avanti, i pugni stretti.

 

Le tappai la bocca con una mano per impedirle di urlare o scagliarsi dentro l’ufficio. Con molta fatica, riuscii a trascinarla di nuovo verso l’entrata della palestra, dove afferrai gli zaini lasciati in un angolo, aprii la porta e uscii tirandomela dietro, sotto quella che si era ridotta a una pioggia leggera.

 

“Quel bastardo! come ha osato fare questo ad Angelica? Come può essere caduto tanto in basso?” urlò Beky. “Io lo ammazzo. Lo disintegro. Lascia che gli metta le mani addosso e poi vedrai se non gli sfilaccio quei suoi muscoli e…”

Dovetti afferrarla per il collo con entrambe le mani per impedirle di tornare dentro a mettere in atto le minacce; sapevo bene che era in grado di farlo.

 

“Calmati” le urlai.

 

“È mia sorella, dannazione, come faccio a calmarmi? Ho appena assistito a una scena porno tra il suo fidanzato e una troia tatuata!”

 

“È nostra sorella, ti ricordo. E anche io desidero vederlo impalato su uno spiedo, ma se entri che fai?” le domandai, strizzando gli occhi per la pioggia. “E cosa diremo poi ad Angelica?”

 

“Che ha sprecato sei anni della sua vita con un fottuto bastardo, ecco cosa le diremo.”

 

“Ma non è questo il modo! Ragiona, per favore. Adesso calmati, andiamo a casa e le diciamo tutto.”

 

Beky mi guardò furente, poi sbuffò, incrociò le braccia, sbatté i piedi per terra e infine capitolò. “Alla fine è toccato a lei il benservito.”

 

“Già” convenni, stringendo lo zaino. “Alla fine si è stancato di lei.”

 

“E chissà da quanto. Ma l’hai vista quella? Sembrava uscita dal mondo delle Barbie” sibilò. “Ha almeno un centimetro di ricrescita nera sotto al platino, e di certo il seno non è naturale. Come può quello stronzo preferirla alla naturale bellezza di nostra sorella?”

 

Iniziai a mangiucchiarmi le unghie. “E ora che facciamo?”

 

Mi guardò torva. “Aspettiamo che spiova e ce ne andiamo. E giuro che non metto più piede in questo posto.”

 

Attendemmo diversi minuti davanti all’ingresso, sotto l’esile riparo della pensilina, finché le luci della palestra si spensero, e nel buio due ombre avanzarono verso l’uscita.

 

“Sono loro, non facciamoci vedere” mormorai, tirandola dietro un’auto. “Giù, non facciamoci vedere.”

 

I due peccatori uscirono avvinghiati, ridendo e baciandosi in maniera imbarazzante, e io dovetti trattenere ancora una volta Beky per evitare che gli si avventasse addosso.

 

Flavio chiuse a chiave la porta, poi insieme salirono sulla sua auto, che subito partì stridendo sull’asfalto bagnato.

 

“Seguiamoli” urlò quella pazza di mia sorella, gli occhi accesi dalla prospettiva di un inseguimento.

 

“Siamo su due ruote, ci romperemo l’osso del collo.”

 

“Lo facciamo per Angelica.”

 

“Non vedo come crepare sia il modo migliore per far capire a nostra sorella che bastardo sia il suo fidanzato.”

 

“Jenny!”

 

Sbuffai, ma alla fine mi lasciai trascinare fino al mio scooter. “E va bene, però guido io!”

 

“Presto, allora” mi incitò Beky, spingendomi senza riguardo. “Muoviti, dai!”

 

“Calmati! Spiaccicarci sull’asfalto non aiuterà di certo nostra sorella.”

 

“E nemmeno perdere tempo potrà aiutarla!” protestò ancora salendo dietro di me.

 

Faticai a far avviare il motore, ma infine l’inseguimento ebbe inizio.

 

Con l’acceleratore al massimo, tentai di recuperare asfalto mentre l’auto sfrecciava in direzione della provinciale, finché, nei pressi del ponte di Santa Liberata, la vedemmo procedere a dritto.

 

Guardai con un certo rammarico il confortante bivio sulla sinistra, a metà della quale si trovava casa nostra, e continuai a star dietro al farabutto. Diedi gas e mi sporsi in avanti per allontanare le orecchie dalle urla di Beky, che mi rimproverava di non correre abbastanza.

 

Faceva freddo, avvertivo una strana sensazione alla testa, pensai fosse per via dei capelli zuppi.

 

Mantenni la velocità costante per tutta la strada fino a Orbetello, rallentai appena un po’ per evitare di ribaltarci a una curva, e di nuovo diedi gas appena superata, ma poco dopo un uomo alto e vestito di scuro sollevò davanti a noi una paletta bianca con un cerchio rosso al centro.

 

“Maledizione, i carabinieri! Corri, non fermarti o li perdiamo” mi esortò Beky serrandomi le mani sui fianchi.

 

Per un istante presi in considerazione l’idea, guardai la Peugeot rossa più avanti svoltare a destra e scomparire sotto Porta Nuova, ma il buonsenso tornò a prevalere.

 

Imprecai, inchiodando con entrambi i freni mentre raccomandavo l’anima al nostro angelo custode, che ultimamente sembrava essersi preso un’aspettativa.

 

La ruota anteriore si fermò a pochi centimetri dal giovane carabiniere, che mi fissò pallido in volto.

 

“Vigliacca” esclamò Beky colpendomi la schiena.

 

Serrai i denti e, mortificata, alzai gli occhi sul volto incredulo dell’agente, abbozzando un sorrisino di scuse. Un suo collega, più alto, piazzato e maturo si avvicinò con aria ostile.

 

“Ragazze, siete ubriache o solo impazzite?”

 

“Noi? No. Veramente…” cominciai a spiegare, ma subito Beky prese la parola. 

 

“Guardate, stiamo inseguendo quel lurido porco di nostro cognato insieme alla sua amante, e voi ce li state facendo perdere” dichiarò con sorprendente schiettezza. “Ma se ci aiutate a fermarli, mia sorella e io vi offriamo una cena.”

 

Mi voltai, incredula, a guardare quella faccia da schiaffi di mia sorella.

 

“Scendete e mostrate i documenti, prego” ordinò imperturbabile l’agente più anziano. 

 

Beky cercò d’essere persuasiva. “Per favore, dobbiamo vedere dove è diretto quel farabutto. Non potete chiudere un occhio per una volta? Non lo diremo a nessuno, giuro.”

 

Chiusi gli occhi e li coprii con le mani, avvilita, sospettando le conseguenze di quella sciagurata proposta.

 

Remissiva, aprii lo zaino in cerca del portafogli, lo ribaltai tutto, con l’agitazione che cresceva come un fiume in piena.

Intanto, quello più giovane parve rianimarsi. “Ma io ti conosco” affermò guardando Beky. “Ti ho vista all’inaugurazione del Blue Moon, il mese scorso.”

 

Beky corrugò la fronte. “Ah sì? In effetti c’ero, ma non ricordo molto di quella serata…”

 

L’altro carabiniere avanzò verso di lei con aria minacciosa e, lanciando un’occhiataccia di biasimo al collega, puntò lo sguardo su Beky. “Se non scendete subito, alle infrazioni di guida senza casco e superamento del limite di velocità, aggiungerò anche guida pericolosa, tentata corruzione e intralcio alla giustizia. Ora giù dal motorino, prego.”

 

“Ehm… c’è un piccolo problema” dissi, esibendo un sorriso innocente.

 

“Solo uno?”

 

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