Danneel Rome - Dark Romance
[TW] Due fratelli, due opposti. Uno spietato erede di un impero finanziario corrotto, l’altro un ribelle che ha sempre rifiutato quel mondo. Quando Ash torna a New York, la fragile pace costruita da Damon vacilla. E il vero fulcro dello … altro
È davvero esiguo il numero di cose che mi legano alla terra. La petunia è una di queste. Era il fiore preferito di Enya. In giardino ne coltivava una varietà molto vasta, anche se non aveva mai trovato la più rara in assoluto: la black velvet.
Dal manto nero e i petali delicati, ha un’aura regale e, insieme, funerea; molto lontana da ciò che simboleggia secondo i floricoltori.
Oggi, in assenza di mia sorella, il colore nero è l’unico che può abitare questo giardino. La casa è diventata vuota da quando lei se ne è andata. Mamma è a pezzi da allora e non esistono più i colori, di nessun tipo.
Non si coltivano fiori, eccetto la petunia nera, per mia espressa richiesta.
Il dolore, in ogni sua forma, si è impossessato di noi. Risiede in una casa spoglia senza più anima, in una vegetazione, un tempo rigogliosa, lasciata a morire. Si è insinuato in ogni anfratto, ogni lacrima, ogni passo. Si è avviluppato come un morbo, afferrando mamma con la sua malattia e lasciandomi a sperare, ogni giorno, che sopravviva un po’ più a lungo. Ha accompagnato le nostre giornate e non ci ha mai abbandonate.
Però, per quanto strano possa sembrare, tutta questa sofferenza, anziché distruggermi, annientarmi o rendermi debole, mi ha fortificata. Sono una donna piena di cicatrici ma sono riconoscente alla vita, nonostante tutto, per avermele inflitte. Se oggi sono quella che sono è grazie a loro.
Non ho paura di niente. Non temo alcun tipo di avvenimento possa eventualmente e catastroficamente imbattersi sul mio cammino. Sono temprata, forgiata da quello stesso dolore che si è fatto me, diventando tutt’uno con la mia persona.
Ho imparato a conviverci, a cucirmelo addosso, indossandolo in maniera divina, quasi fosse un abito costoso.
Ed esso mi ha dato la spinta per vivere con l’unico scopo che quello stesso dolore ha creato: la vendetta.
Vendetta per chi ha fatto del male a mia sorella. Vendetta per chi l’ha costretta a scelte sbagliate. Scelte che le sono costate la vita.
Vendetta per chi ha distrutto la nostra famiglia, portando via il sole e facendo entrare solo oscurità.
Nero. Buio pesto. Il colore che alberga le nostre anime e ha sedimentato nei nostri cuori.
Perché da allora sono diventata un’altra persona. Cattiva, meschina, anche spietata. Disposta a tutto pur di avere risposte, pur di ottenere giustizia.
E la avrò. Dio, se l’avrò! Fosse l’ultima cosa che faccio su questa terra, la avrò.
“Signorina Wilson, scusi il ritardo. Dovevo finire la medicazione a sua madre.”
La voce mesta dell’infermiera Donberg mi risveglia, colpendomi alle spalle.
Non mi volto. Resto girata, con lo sguardo rivolto ai fiori.
Accarezzo il petalo morbido e vellutato di una piccola petunia nascente e fisso il vuoto.
“Come sta?” le chiedo, continuando a darle le spalle.
“Non ci sono miglioramenti, purtroppo. Ma neanche peggioramenti” mi dice.
“Ne è sicura?” Stavolta mi giro e la guardo dritto negli occhi. I miei, verdi e intensi, si scontrano coi suoi, marroni slavati, piccoli e dall’aria spaventata.
Qualcuno, una volta, mi ha detto che ho gli occhi di un felino. Uno di quelli affamati, pronti a saltare fuori dal buio per spaventare o acciuffare la povera preda indifesa.
Credo che in questo momento il mio sguardo risulti proprio così. Quello di un felino pronto a sbranare.
“S-sì. Certo, signorina.”
Le rivolgo un sorriso tirato e cammino lungo il viale pavimentato, facendo scorrere le dita sui petali della black velvet. Toccare le petunie mi dà un senso di pace.
“Lei sa perché la pago profumatamente, infermiera Donberg?”
“Per tenere in vita sua madre.” La sua voce, sommessa, è un fastidio inqualificabile. Un piccolo ronzio nella testa. Piccolo, forse quasi insignificante, ma ugualmente seccante.
“E sta facendo del suo meglio per far sì che questo avvenga?” chiedo e so che il modo in cui pronuncio ogni parola sembra abbia il suono di una minaccia. E lo so perché è proprio questa l’impressione che voglio dare.
“Sì, signora” risponde come un soldatino. “Sto facendo tutto ciò che è in mio potere per far vivere sua madre il più a lungo possibile. Ma… non dipende solo da me. Se la signora si lascia andare, lei…”
La interrompo con un gesto della mano. Mi basta questo per zittirla.
“Alle implicazioni psicologiche non deve pensarci lei, infermiera Donberg. Mia madre è seguita dai migliori specialisti, lo sa molto bene. Vuole forse insinuare che non stanno facendo un buon lavoro?” dico, alzando un sopracciglio.
“No, no. Assolutamente, non volevo dire questo” si giustifica, abbassando il capo. “Solo che… è molto spesso giù di morale, parla sempre di sua sorella e del bambino. Dice che vuole morire, che…”
“Basta così!” tuono, fulminandola con lo sguardo. “Lei faccia il suo lavoro che al resto ci penso io. O vuole essere licenziata? Perché se è questo, ciò che desidera, non ci sono problemi. Ma ricordi che mi assicurerò che non esista ospedale o clinica, o famiglia privata, negli Stati Uniti, che la faccia ancora lavorare” la minaccio.
La donna china ancora di più il capo ed è quello che mi piace: dominare, avere il potere, sentire di essere io il burattinaio che tira i fili della marionetta.
Per tutta la vita non ho avuto molto. Per tutta la vita sono stata dall’altra parte. Ma dopo che Enya ci ha lasciate ho giurato a lei e a me stessa che non sarei stata mai più debole o remissiva. Da quel momento in avanti io avrei indirizzato le redini del mio destino e avrei messo a posto chiunque avesse tentato di mettermi i bastoni tra le ruote, in qualsiasi modo.
“Mi dispiace, signora. Non parlerò mai più così, glielo assicuro.”
“Bene.”
Resto a fissarla per qualche istante. Lei se ne sta lì, col capo chinato, in attesa che le dia il permesso di andare via.
Benché sia molto brava nel suo lavoro, è una donna arrendevole e senza spina dorsale. È così facile dominarla che quasi non ci provo gusto. Con persone come lei è come vincere facile.
“Signorina Wilson!” La voce di Betty, la cameriera, rompe quel momento teso e io allungo il collo nella sua direzione.
“Può andare, infermiera” dico alla Donberg. Lei mi lascia con un inchino e sparisce in casa.
“Betty. Volevo proprio parlarti. Le petunie sono in ottimo stato. Ricorda di dare una lauta mancia al giardiniere, la prossima volta che verrà a occuparsene” dico, continuando a guardarle.
“Ma certo, signorina, come vuole. Sono qui perché sua madre ha chiesto di lei. Desidera vederla.”
Annuisco, fissando il sentiero. I pensieri si aggrovigliano nella testa e i ricordi si avviluppano in ogni parte di me, chiudendomi in una morsa che quasi non mi permette di respirare. Riprendo fiato, incamerando aria in maniera impercettibile. Non posso permettere a nessuno di vedermi vacillare.
“Arrivo” replico e Betty mi lascia.
Una volta sola, prendo un respiro bello grosso e mi aggiusto il tubino color panna sui fianchi. Sistemo dietro le orecchie i capelli castani e decido di affrontare mamma.
Entro in casa e do un’occhiata veloce al piano terra. La villa di famiglia è piccola, ma antica. I mobili, che appartenevano a mia nonna, ormai vecchi, hanno un’aria sempre più spenta. Come se stessero morendo insieme a questa casa, insieme a ogni oggetto contenuto in essa.
Morendo come sta morendo mia madre.
Salgo le scale a chiocciola che mi portano al piano di sopra e strofino la mano sul marmo freddo, pulito così bene che non vi è nemmeno un filo di polvere.
Arrivo alla porta socchiusa della camera di mamma e busso piano.
“Avanti.” La sua voce, spenta, mi invita a entrare.
Apro piano la pesante porta di legno massello e faccio capolino nella stanza. Una volta dentro la richiudo dietro di me e guardo il corpo smagrito di mia madre, disteso su quel letto.
Rivederla fa sempre male. A volte penso che sia lei il vero mostro che devo affrontare.
“Buongiorno, mamma.” La saluto, camminando verso di lei.
Raggiungo il letto e mi siedo alla punta. Poi mi chino, avvicinando il viso a quello di mia madre, l’unica persona al mondo capace di tirare fuori quell’umanità che ho perduto da tempo.
Le bacio la guancia emaciata e lei mi sorride.
“Tesoro. Sei sempre più bella, tu” dice quasi in un sussurro. Ha la voce così bassa che pare venire dall’oltretomba.
“Beh, ho preso dalla migliore, no?” gioco e lei mi dona un nuovo sorriso, quasi faticando.
“Bambina mia… Non so quanto riuscirò a resistere” esala con gli occhi lucidi.
Chiudo i miei per ricacciare indietro le lacrime e scuoto il capo, come a voler negare ogni parola ascoltata.
“No, mamma. Non ricominciamo, ti prego. Devi resistere, essere forte. La tua mente gioca brutti scherzi, ma se resterai concentrata, nulla potrà abbatterti. La malattia progredisce lentamente, non puoi morire ora, non te lo consento!” la rimprovero.
“Ma io voglio morire, bambina.” Due grosse lacrime le solcano le guance e lei non fa nulla per fermarle. “Voglio ricongiungermi alla mia Enya. Sono troppi anni, ormai, che è lassù da sola. Ha bisogno di me.”
Mi alzo di scatto dal letto. Rabbiosa, raggiungo la finestra e guardo fuori. Affaccia sul giardino, o meglio, su ciò che ne resta.
“Non esiste nessun lassù, mamma. Non esiste un Dio che tutto vede e tutto mette a posto. Non c’è qualcuno che ripristinerà l’ordine naturale delle cose e la farà pagare a chi ha fatto del male a Enya. Solo io posso farlo. Io sono l’unica risorsa perché lei abbia giustizia!” grido, raschiandomi la voce.
“Non togliermi anche questo, Elara. Non togliermi la speranza di morire e ricongiungermi a lei. E non lo so se sarà un paradiso o cos’altro, ma so che lei è da qualche parte, in una sorta di esperienza ultraterrena e sarà lì che la raggiungerò. Non sarà oggi, non sarà domani, ma presto o tardi accadrà e tu non potrai far nulla per fermarlo.”
Mi mordo le labbra e sospiro di rabbia.
Non può parlare così. Non può lasciarmi anche lei. Non glielo consento. Non finché non avrò avuto la mia vendetta e trovato il figlio di Enya.
Mi sistemo nuovamente il vestito, acconcio i capelli da un lato, lasciandoli ricadere su una spalla, e torno da lei per darle un bacio fugace e salutarla, prima di andar via.
“Riposati, mamma. Quando sei sveglia dici un sacco di sciocchezze. Prendi le tue medicine e fa tutto quello che ti dicono i medici. Buona giornata.”
Non aspetto una sua risposta, lascio la sua stanza sbattendo la porta.
Scendo le scale velocemente e, al piano di sotto, recupero la mia borsetta.
Esco fuori, di nuovo sul giardino, e prendo il cellulare. Trovo tre chiamate perse.
Premo il tasto verde e porto il telefono all’orecchio.
Due soli squilli.
“Elara.”
“Dimmi, Oxford.”
“Abbiamo avuto il riscontro che cercavamo.”
James, dall’altro capo del telefono, dopo queste parole fa una pausa. Una pausa così profonda che mi toglie la vita da dentro. Aspetto la verità da troppo tempo.
“E?”
“E avevi ragione tu.”
Trattengo un singhiozzo.
“Quindi è…”
“È stato lui.”