Cuori sottosopra - Webnovel - Narae

Cuori sottosopra

Marion Libro - Boys Love

Durante una festa universitaria, Maxence e Noah si cercano tanto quanto si sfidano. L’attrazione è evidente, ma nessuno dei due vuole cedere. Finché un colpo di scena inatteso li costringe a convivere… perché i loro genitori si sono appena trasferiti … altro


55 Episodi

Episodio 1

 

Maxence

 

Lo vedo andar via.

 

Non corre, ma il passo è incalzante, l’incedere carico di tensione come se l’atmosfera attorno a lui fosse diventata tutt’a un tratto soffocante. Non capisco cosa gli stia succedendo. Ha le spalle rigide, mantiene la schiena dritta. Riconosco subito questo suo modo di camminare, quando vuole prendere le distanze tra sé e il resto del mondo.

 

C’è qualcosa che non quadra.

 

Siamo appena arrivati alla festa dei vicini, mia madre ha poggiato la torta sul tavolo e noi dobbiamo ancora salutare tutti. Al diavolo le buone maniere, faccio dietrofront per seguire Noah. Provo a chiamarlo.

 

“Noah!”

 

Non si gira e prosegue il cammino come fuggendo da chissà cosa, così decido di seguirlo. Guardo mia madre, ma anche lei è confusa.

 

Aumento il passo, anche a costo di fare la figura dell’idiota in questa festa dove tutti si ritrovano, chiacchierano e sorridono come se niente fosse.

 

“Noah, aspetta!”

 

Lo afferro per il gomito. Ma realizzo troppo tardi che è una pessima idea. Rimane immobile per un istante, poi si divincola con forza dalla stretta, come se il tocco l’avesse scottato.

 

Infine si volta verso di me. Lo sguardo è troppo cupo, così carico di segreti che ancora non riesco a decifrarlo.

 

“Da cosa stai fuggendo?”

“Semmai sono io che dovrei farti questa domanda. Perché stai scappando in questo modo?” sbotto, forse con troppa rabbia.

“Non mi va di stare qui, fine del discorso.”

“Fine del discorso?”

 

La mia voce ha un lieve tremito, odio questa sensazione. So che sta mentendo. Vorrei afferrare di nuovo la sua mano, ma mi trattengo. Lo sento pronto a esplodere per la rabbia, o peggio ancora a voler sparire.

 

Il suo sguardo fugge. Cerca una via d’uscita, una scappatoia, una scusa, ma davanti a lui ci sono soltanto io. Siamo in mezzo alla strada, ma nessuno può né vederci né sentirci, sono tutti troppo presi dalla festa dei vicini.

 

“Noah, parlami.”

 

Il suo sguardo mi trafigge come una lama, ma non è quello di sempre. È distante, freddo, assente. Molto diverso dal solito.

 

“Te l’ho detto. Non mi va di stare qui.”

“È una scusa del cavolo e tu lo sai bene.”

 

Un silenzio palpabile cade tra di noi.

 

Poi sospira, come se fossi stato io a rendere tutto più difficile.

 

“Maxence…”

 

Rabbrividisco. Non mi ha mai chiamato così, con il mio nome per intero. Si passa una mano tra i capelli, guarda altrove, poi, senza preavviso, la voce si fa più grave:

 

“Penso che dovremmo smetterla.”

“Cosa?”

 

Il tempo sembra fermarsi per un attimo.

 

Si sforza di incrociare il mio sguardo. I suoi occhi sono vuoti, ma lo conosco troppo bene per non capire che sta fingendo. Ho voglia di stringerlo tra le braccia, dirgli che va tutto bene e che si sistemerà tutto anche se non capisco cosa gli stia succedendo.

 

“Noi due insieme… non è una buona idea” aggiunge lui.

 

Ho un nodo alla gola. Non riesco a credergli.

 

“Da quando l’hai deciso?”

“Da quando ci ho riflettuto” risponde lui con una voce che non sembra neanche la sua.

 

Come?

 

“E quando ci hai riflettuto, esattamente? Tra il momento in cui hai deciso di scappare e quello in cui ti ho raggiunto?”

“Siamo troppo diversi, Maxence. E sono sicuro che non può funzionare tra noi. E poi, ci sono anche i genitori a complicare le cose.”

“Non è un motivo valido, ne abbiamo già parlato.”

 

Sono fin troppo calmo, considerando la situazione. Soltanto perché aspetto che mi riveli la vera motivazione. Non riesco a capire cosa pensa, né cosa lo fa stare così.

 

Noah si passa una mano sulla nuca. È teso, sparerebbe qualsiasi cavolata affinché io la smetta di insistere sulla faccenda. Posso vedere chiaramente quanto sia preso dai ragionamenti, ma non riesco comunque a capire questa decisione improvvisa.

 

“Ti meriti qualcun altro.”

 

Mi si contorce lo stomaco.

 

“Non spetta a te deciderlo.”

“Maxence…”

“Noah, basta.”

 

Vedo che stringe la mascella. Sta lottando con tutte le forze, è evidente. Ma contro cosa?

 

Lo conosco, accidenti. Ha paura di dire qualcosa a cui non potrà più porre rimedio. Qual è il suo problema?

 

“Mi è sfuggito qualcosa? Che succede, Noah? Sai che puoi dirmi tutto, allora dimmi la verità, per favore” quasi lo imploro.

“Max…. È troppo difficile. Non capiresti” sussurra lui.

“Certo che no, basta che me lo dici. Cosa succede, Noah?”

 

E poi, quando meno lo aspetto, parla con una voce un po’ più sicura, ma ancora tremante:

 

“Non so cosa ci faccio con te.”

“È la peggior scusa che potessi trovare.”

“È l’unica che conta.”

 

Ho un tuffo al cuore.

 

Vuole andarsene. Lo capisco dalla postura, dal respiro affannoso. Aspetta che mi rassegni, che lo lasci andar via definitivamente.

 

Ma non ci riesco.

 

Trovo inaccettabile lasciarlo andare via quando tutto in lui grida che qualcosa non va. Non sono sicuro di riuscire a trovare le parole giuste per convincerlo e calmarlo. E sono ancora più incerto sulla possibilità di fargli cambiare idea.

 

È successo qualcosa, ne sono convinto. Giusto ieri andava tutto bene. Andava tutto talmente bene.

 

“Guardami negli occhi e dimmi che è quello che vuoi, che è finita tra noi.”

 

Esita per un secondo. Soltanto un secondo.

 

Poi mi guarda.

 

“È finita.”

 

E sta ancora mentendo. Non riesco a credergli. È impossibile.

 

Sento il dolore ancora prima che arrivi. È come un colpo sordo, invisibile, ma che rimbomba dentro di me. Mi manca quasi il respiro. Non voglio crederci. Ma non posso costringerlo a dirmi una verità che si rifiuta di accettare.

 

Allora faccio quello che lui si aspetta da me: indietreggio di un passo. Abbassa infine lo sguardo. Senza dire altro, si volta e si allontana.

 

“Noah!” provo a chiamarlo un’ultima volta con una voce rauca.

 

Ma non si volta. Sembra triste e arrabbiato, ma arrabbiato contro chi, contro cosa?

 

Non lo trattengo. Perché vedo che non ne ha voglia. È la prima volta che lo vedo così rassegnato. Non riesco a capire cosa gli stia passando per la testa.

 

Nella mia, c’è un caos totale. Cazzo, fa male.

 

Resto impalato a guardarlo mentre si allontana. Il vento muove i suoi capelli, facendoli svolazzare. Dove va? Non ne ho idea. Ma io ho come l’impressione che ho appena perso qualcuno di molto importante per me.

 

Prendo il telefono nella tasca per chiamare Emily, Jasmine, Dean o chiunque altro, soltanto per provare a capire cosa sia successo.

 

La mano trema, non riesco neanche a sbloccare lo schermo. Gli occhi sono appannati dalle lacrime che minacciano di scendere, ma le trattengo. Voglio essere più forte, perché mi rifiuto di crederci. Non può finire qualcosa che in realtà non è mai iniziato.

 

Ho fatto qualcosa di male? Perché non mi ha detto nulla? Perché, improvvisamente, va tutto storto? Ha soltanto giocato con me?

 

No. Sembrava sincero… Il cuore si stringe, si contorce in tutte le direzioni nella gabbia toracica, e a un tratto ho l’impressione di avere il cuore sottosopra.

 

Resto lì, impalato in mezzo alla strada, incapace di muovermi o pensare. Il corpo si rifiuta di ritornare alla festa, come se ammettere che Noah se ne è andato per sempre significhi ammettere che l’ho perso davvero.

 

Non è possibile.

 

Giusto un paio di ore fa era lì, con me, a sorridermi, baciarmi come se fosse tutto naturale, guardarmi come si guarda una persona importante.

 

E ora?

 

Ora se ne è andato come se fossi un peso di cui doveva assolutamente liberarsi.

 

Ho un nodo alla gola, un sapore amaro mi risale in bocca. Ho voglia di gridare, correre verso di lui, scuoterlo finché non sputi fuori finalmente la verità. Perché ne ho la certezza. Mente. C’è dell’altro, se preferisce che tutto finisca così all’improvviso.

 

Ma le gambe non si muovono.

 

Stringo il telefono nella mano. La mia ultima via di fuga, l’ultimo appiglio. Il telefono mi scivola dalla mano e cade a terra con un tonfo sordo.

 

“Cazzo…”

 

La mia voce si spezza con un respiro leggero. Risucchio la saliva, ma non scorre, si blocca, mi strozza, fa male.

 

Chiudo gli occhi per un secondo. Soltanto un secondo, per trattenere le lacrime.

 

No. Non qui. Non ora.

 

Infilo il telefono rotto in tasca con un gesto brusco. È inutile. Nessuno potrà spiegarmi perché Noah ha interrotto bruscamente tutto ciò che avevamo costruito finora.

 

Sono io il problema?

 

La mia mente ripercorre ogni conversazione, ogni sguardo, ogni momento, cercando un indizio che avrebbe potuto anticipare che qualcosa tra noi stava andando storto, che Noah stava pianificando di andarsene. Ma vengo sopraffatto da uno stato emotivo di totale confusione, dove pensieri e ricordi si agitano nella mente come in una tempesta che travolge tutto, e in questo caos non riesco a fare chiarezza.

 

Dannazione.

 

Finalmente riesco a muovermi. Un passo, poi un altro, senza una direzione precisa.

 

Potrei tornare a casa, ma l’idea di partecipare a questa festa dei vicini, fingendo che va tutto bene, mi fa venire da vomitare.

 

Allora mi incammino, vagando deliberatamente tra le strade del mio quartiere. Perché, finché continuerò a muovermi, non dovrò pensare al vuoto emotivo che lui ha lasciato dietro di sé e al mio povero cuore infranto.

 

Al tempo stesso, so che potrà soltanto tornare a casa. Forse l’unica soluzione è aspettare il suo ritorno per parlargli.

 

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