Run Baby Run - Webnovel - Narae

Run Baby Run

Thina Sulas - Romance Contemporaine

✨ Una webnovel narae selectIl meglio delle autrici self selezionate da narae, in collaborazione con il Festival Romance Italiano.Barnaby – “Baby” Smith – sa cosa significa vivere sotto pressione. Figlio di una leggenda sportiva, ha sempre corso per vincere, ma … plus


25 Épisodes

Episodio 1

 

Dieci anni prima

 

“Dammi una ragione, Libby. Solo una ragione per cui non dovrei telefonare a tua madre in questo momento” mi rimprovera il coach Miller, camminando avanti e indietro nel suo ufficio.

 

Non lo vedevo tanto nero dai tempi della piccola rissa con Sarah Connor avvenuta, per la cronaca, nelle docce degli spogliatoi del Club e, sottolineo, non per colpa mia. Stava facendo di nuovo la stronza con me, dicendo cose come “sei una fallita, Stewart”, e non ci ho visto più: le ho afferrato quella coda di capelli troppo liscia per un essere umano e l’ho accompagnata fuori.

 

“Farsi beccare nello sgabuzzino delle scope a...”

 

“Ci stavamo solo baciando” puntualizzo io, guardando dritto davanti a me, sulla parete di articoli di giornale che la riveste tipo carta da parati. “Non sarà diventato un reato, spero.”

 

Il coach non risponde, piuttosto grugnisce, e so che da qualche parte mi sta osservando con occhi assassini.

 

Agli adulti non piace essere contraddetti, si sa. Mia madre non fa che ricordarmelo ogni santa volta che ho a che fare con lei ma, insomma, ho sedici anni e un cervello che funziona. Avrò anche il diritto di dire come la penso, no?

 

“Sai, Libby...” Arriva la paternale. “Mi chiedo che razza di esempio potresti essere per chi ti sta intorno.”

 

Mi mordo l’interno di una guancia e abbasso lo sguardo sulle mani, mentre George e i suoi baffi prendono posto di fronte a me, dal lato opposto della scrivania.

 

“Mi chiedo cosa insegneresti alle tue sorelle una volta saputo di questa faccenda...”, bla, bla, bla, “... o con quali occhi ti guarderebbe tuo padre, per dirne una, dopo che tua madre lo avrà informato.”

 

Vorrei puntualizzare che per le mie sorelle sono un esempio ogni giorno, dal momento che non fanno che imparare dai miei errori; che per mia madre sono un caso perso, ormai, una specie di avanzo di galera che non concluderà mai niente nella vita. Aggiungerei che mio padre non si cura affatto di me, dato che il lavoro di avvocato lo tiene sufficientemente alla larga da tutti i problemi, alias, da Libby.

 

Per farla breve, a parte l’ennesima crisi isterica di mia madre che grida al nulla le sue sfortune, una telefonata non sarebbe poi quel gran disastro.

 

A questo punto della non conversazione, George mi sta guardando sul serio. Posso sentire i suoi occhi su di me, anche se faccio di tutto per rimanere concentrata sulle pellicine delle mie unghie, sotto al ripiano del tavolo.

 

“Sai, Libby, se questo è il tuo modo di considerare chi sta cercando un dialogo con te in maniera paziente e costruttiva...”

 

Scatto subito con la testa: il coach sta fissando il cellulare con espressione decisa. “Cosa dovrei risponderti, esattamente?” chiedo più seria di lui.

 

Solleva le spalle, poi gli occhi e intreccia le dita sulla scrivania. “Mi basterebbe che fingessi di ascoltare quello che dico” ribatte, sollevando un sopracciglio.

 

Sbuffo una risata nervosa. “Hai idea di quante volte mi tocchi sentire discorsi del genere? Di quante volte sia costretta ad ascoltare sempre le stesse cose.”

 

“Posso solo immaginarlo.”

 

“Appunto, e indovina un po’: sembra che qualunque cosa io faccia o risponda, non vada comunque bene!”

 

“Libby Stewart...” Il coach fa no con la testa. Sai che novità.

 

Di colpo, sento le labbra tremare, ma resisto: è assolutamente vietato piangere per cazzate del genere, mi ripeto. E poi, ho delle ragioni valide per sentirmi così.

 

“Per voi, non è possibile che un’amica difenda un’altra amica senza sembrare la cattiva ragazza del ghetto.” Gesticolo come una del ghetto, appunto. “Figuriamoci cosa può sembrare una sedicenne che fa conoscenza con il ragazzo che le piace.”

Il coach non smette di scuotere la testa, ma me ne frego.

 

“Libby non può evitare di rispondere a un adulto senza passare per maleducata menefreghista; non può nascondersi dietro a un albero intorno alla pista quando le gambe non girano.” Ora la testa la scuoto io. “A quanto pare, Libby non ne combina mai una giusta, a casa, a scuola e nemmeno quando è al Club, ma a qualcuno è mai venuto in mente che magari stia cercando disperatamente di essere solo se stessa?”

 

Il coach apre il cassetto della scrivania e, anche se sa che non lo accetterei mai, fa scivolare un fazzoletto di carta fino a me. Aspetta che il mio respiro sia meno agitato e poi risponde.

 

“Essere se stessi è sempre una cosa buona.” Lo dice con tono calmo, ma deciso. “Quindi, ascolta bene quello che sto per dirti: d’ora in avanti, Libby dovrà continuare a difendere le amiche e, pensa un po’, persino a sbaciucchiarsi con chi vuole, anche se negherò di averlo detto fino alla morte. Sono un padre, io.”

 

Insisto nel guardare la scrivania, e un po’ meno la sua faccia, ma un sorriso è riuscito a strapparmelo lo stesso.

 

“Il punto del discorso, Libby, non è quello che puoi fare, ma come, quando e dove: ci sono delle regole. Io, come tuo allenatore, non posso di certo normalizzare solo un bacio nello sgabuzzino delle scope. Per di più, durante le mie sessioni di allenamento.”

 

Adesso le pellicine della mano destra sono finite sotto i miei denti. Un po’ le mangiucchio e un po’ sollevo gli occhi verso il coach, continuando più o meno ad ascoltarlo.

 

“Per quanto io possa capire quello che dici, ho comunque il dovere di tutelare le persone che frequentano questo posto. Pensa solo in che guaio mi ritroverei se a beccare te e Jones fosse stata una ragazzina della prima divisione.”

 

“Scandalo e tragedia...”

 

Si liscia i baffi, tirando un gran sospiro.

“Stewart, sei una ragazza intelligente, loquace, carismatica. Ti basta un niente per trascinare le tue compagne di squadra ovunque tu voglia. Fa’ quello che senti, ma con intelligenza. Canalizza le energie in modo costruttivo, ragiona, trova soluzioni e ti risparmierai tutta la parte che detesti tanto.” Spalanca le mani come il prete in chiesa.

“C’è un problema con una compagna di squadra che ti manda fuori di testa? Bene. Mantieni i nervi saldi e avvisa subito il tuo coach: correggere chi sbaglia non spetta a te.”

 

Getta uno sguardo al soffitto come se ci scorressero le idee.

 

“Un pomeriggio non ti va proprio di correre? Mettiamo che tu sia stanca. La giornata a scuola è stata sfiancante. Perfetto! Fallo presente a me e per quella volta ti chiederò di farmi da assistente. Insomma, nascondersi dietro a un albero o a una scelta impulsiva non è l’unica soluzione!”

 

Scruto il coach a fronte aggrottata: ho come la strana sensazione di aver percepito il senso delle sue parole.

 

Piego la testa di lato e annuisco. “Okay” affermo continuando a guardarlo. “Penso di poterci provare.”

 

Lui mi esamina come se quello che ho detto non fosse abbastanza chiaro. “Nient’altro?” ribatte spalancando gli occhi. “Non hai nessuna domanda o chiarimento?”

 

“Uhm... Diciamo che se mi confermi che basterà avvisare te o la coach Finch per impedire a Sarah Connor di comportarsi da decerebrata, per me va bene” replico più sorpresa di lui. “E se mi garantisci che il fatto stesso di saltare un allenamento ogni tanto o farti da assistente non creerà gelosie, per me è okay” spiego alzando le braccia. “Il mio cuore sarà in pace, coach. Meno guai per me, meno ansie per te.”

 

Il coach Miller mi osserva con espressione ancora troppo dubbiosa. “Quindi, fine delle risse e niente più sgabuzzini?”

 

“Giuro che questa volta mi sforzerò di fare come hai detto, sì” provo a convincerlo.

 

Dico provo perché non è la prima volta che prendo un accordo con lui, e lì per lì ci credo anche. Il problema è il lato pratico.

 

“Mettiamola così, Libby Stewart...” Ecco la parte delle condizioni. “Io e te abbiamo un trascorso complicato, ma non importa. Voglio darti un’altra possibilità.”

 

Non ha detto ultima. Sono già soddisfatta.

 

“Anzi, due” dice con un sorriso che mi convince un po’ meno. “Combina un altro guaio e dovrò sospenderti dagli allenamenti.”

 

Questo no, cazzo.

 

“Al contrario, comportati come si deve e avrai da me tutto il sostegno e la protezione di cui senti il bisogno.”

 

Okay... Deglutisco, ragionando seriamente sul fatto che questa volta non sembrano esistere mezze misure. C’è solo il comportamento giusto o quello sbagliato; una conseguenza positiva o terribile.

 

“Decidi cosa vuoi essere, Libby Stewart. Per cosa vale la pena di lottare e cosa no. La scelta è solo tua” continua a parlare.

 

Fine del discorso.

 

Si alza dalla sedia come se il culo gli scottasse e mi raggiunge per costringermi a fare lo stesso.

 

“Ora, torna là fuori per il riscaldamento, stai alla larga da Jones e cuciti la bocca su quello che è successo, chiaro?” intima guardandomi appena.

 

Annuisco, smaniosa di scappare lontano da qui.

 

“E ricordati che in futuro non tutti saranno disponibili a parlare con te come ho fatto io” mi ricorda come a dire che sono stata fortunata, la prossima volta non è detto.

 

Sorrido tra me e me, sibilando un “Grazie, coach” che mi costa più di qualsiasi rimprovero, ma non importa.

 

Mi ricorderò di questa giornata per tante ragioni: una di queste è che mi sono salvata da un potenziale disastro. Di nuovo.

 

L’altra è che oggi e per sempre sarà lo stesso in cui ho baciato il ragazzo più figo del Club.

 

Per tutto il resto, ci penserò da domani.

 

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