Craving the Enemy - Webnovel - Narae

Craving the Enemy

Kyra Synd - Romance Contemporaine

✨ Una webnovel narae selectIl meglio delle autrici self selezionate da narae, in collaborazione con il Festival Romance Italiano.[TW] Lyra torna dopo anni ad Ashbourne Ridge, braccata dal proprio sangue. Ad attenderla c’è Elias, Vicepresidente dei Grave Saints MC, ossessionato … plus


56 Épisodes

Episodio 1

 

The Smell of Ash

 

Lyra

 

Spengo il motore. Resto seduta nel pick-up, la mano sul volante, le dita ferme, le nocche bianche. Fuori, la nebbia danza tra i tronchi in un incantesimo inascoltato, come se la montagna stesse ancora digerendo peccati troppo grandi per essere dimenticati. La casa davanti a me è un relitto. Vetri rotti, vernice scrostata, le persiane pendono come palpebre su occhi che hanno versato tutte le lacrime possibili. Un tempo era viva. Un tempo anch’io lo ero.

 

Apro la portiera e l’aria morde la pelle. Fredda. Umida. Sa di cose che crescono senza luce… Sa di mio fratello.

 

Il vialetto è invaso da erbacce, la ghiaia affonda sotto gli stivali come se volesse inghiottirmi. Un legnetto si spacca. Un suono secco che porta alla mente l’immagine di ossa dimenticate nel fango.

 

L’aria di Ashbourne Ridge ha lo stesso odore che ricordavo: resina, pioggia vecchia e qualcosa di morto che non ha mai trovato pace. Ogni passo è un’eco. Ogni respiro, una promessa che non volevo mantenere.

 

Mi chino, cerco la chiave sotto la seconda tavola del portico e la trovo subito, come se le dita non avessero mai dimenticato il gesto. La porta cigola. Non è un suono, è un lamento inquietante e familiare, perché la morte è parte della mia famiglia.

 

Entro.

 

L’interno è buio, un’anima svuotata che si erge con pareti che sanno di muffa e sangue secco. Il divano è ancora lì, sventrato, la tappezzeria strappata, un posacenere pieno e una giacca marcia sulla sedia.

 

Un fantasma che fuma.

 

Tutto è immobile, eppure sembra osservare.

 

Respiro piano, la polvere entra nei polmoni con il peso di una confessione. Calo il cappuccio e i capelli ricadono sulle spalle, elettrici. Mollo lo zaino a terra con un tonfo sordo. Il coltello nella tasca mi dona un piccolo conforto con la sua semplice presenza. Riprendo il passo senza esitare, raggiungo la parete sulla destra e lì, sotto l’intonaco scrostato, c’è una cavità. Mio fratello ci nascondeva tutto: lettere, chiavi, bottiglie di gin rubate.

 

Adesso ci trovo una sigaretta spenta a metà, una foto e una chiavetta USB, anonima. La stringo nel palmo e sembra pulsare, quasi fremesse per svelare ciò che contiene. Sorrido appena, perché la parte razionale di me sa benissimo che è soltanto l’effetto del sangue nelle mie vene, eppure non riesco a impedirmi di immaginare sempre altro.

 

Svuoto piano i polmoni, ma il respiro si spezza. Non è un rumore, una voce e nemmeno un passo.

 

È una presenza.

 

L’odore sopraggiunge prima del corpo e mi concentro su ogni nota per decifrarlo e memorizzarlo. Legno bagnato e cuoio sono acuti, segue un sentore di fumo bruciato e qualcosa che sa di ferro e calore.

 

Mi giro di scatto.

 

Sulla soglia c’è un uomo, in silenzio e immobile. Nonostante ciò, invade lo spazio. È alto, tanto… troppo. I capelli sono legati in una coda, scuri come una distesa di foglie secche, bagnate dall’umidità della notte. La barba corta, le spalle larghe sotto una giacca di pelle nera. I tatuaggi brillano sugli avambracci scoperti per metà, intrecci di rami pieni di spine che risalgono e rispuntano sul collo. I suoi occhi… No, non li guardo davvero. Li sento. Sono artigli che affondano nella pelle.

 

Resto ferma. Il cuore accelera, non per paura ma per istinto.

 

“Non pensavo che qualcuno avesse lasciato le chiavi a portata di mano.” La sua voce è roca, grava sull’aria con un peso primordiale.

 

Mi scruta.

 

Alzo il mento. “Non sei autorizzato a entrare qui.”

 

Lui fa un passo oltre la soglia ed è sufficiente per far cambiare forma alla stanza. Diventa di colpo più piccola.

 

“Tu nemmeno.” Incurva le labbra in un sorriso minaccioso e provocatorio.

Scuoto il capo. “Questo è… era…” Inspiro e ingoio il dolore. “Di mio fratello.”

“Lo so.”

 

Il silenzio che segue è denso. Viscido. Pregno di tutto ciò che non si dice.

 

“E tu saresti?” Il mio tono è tagliente, però manca di forza per essere efficace.

“Elias Mercer.” Fa una breve pausa. “Ma tutti mi chiamano Thorn.”

 

Spina. Il tatuaggio sulle braccia pulsa come se fosse vivo.

 

Metto a fuoco le patch sulla giacca. “Sei uno dei Saints.”

“Vicepresidente.”

 

La parola pesa.

 

Non per il titolo, per la responsabilità.

 

Lo sguardo gli scivola lungo il collo, sulle braccia e le vene in rilievo, la pelle segnata. Tiene le mani in tasca e sottolinea come per lui io non rappresenti un pericolo, soltanto una seccatura di cui si deve occupare.

 

Ogni parte di lui è una dichiarazione.

Ogni silenzio, un ordine non verbale.

 

“E tu…” Si avvicina di un altro passo. “Sei Lyra Maddox.”

Il mio stomaco si ribella e mi si secca la gola. “Non uso più quel nome.”

“La pelle non dimentica, ragazzina.”

 

La frase mi colpisce nel petto. Ragazzina. Lo dice con scherno e superiorità.

 

“Che cazzo vuoi da me?”

Si ferma, inclina appena il capo. “Sapere perché sei tornata e perché, se davvero volevi farlo in silenzio, sei entrata nella casa più maledetta di tutta Ashbourne Ridge.”

 

Le sue parole non sono domande. Sono lame.

 

Abbasso lo sguardo, stringo le mani e le unghie si conficcano nei palmi. “Voglio solo risposte.”

 

È giusto un sussurro, tuttavia la verità graffia sotto le costole come un grido.

 

Elias annuisce.

 

Fa mezzo passo indietro e si volta. “Allora muoviti. Il club ha bisogno di parlarti. E io…” Si ferma sulla soglia, mi lancia un’occhiata da sopra la spalla. “Voglio sapere perché odori di guerra e fame allo stesso tempo.”

 

Che significa, dannazione?

 

Odori di guerra e fame. 

 

Il modo in cui lo ha detto, come mi ha guardata… La pelle formicola, ogni terminazione nervosa è attiva, tesa. Le dita tremano, non per il freddo, bensì per la rabbia sorda che mi sale dalla pancia, acida e viscida come bile. Potrei sputarla fuori, questa sensazione, tuttavia rimarrebbe comunque incollata alle pareti dello stomaco a corrodermi dall’interno.

 

L’odore di cuoio e metallo, che Elias si porta dietro come un marchio, aleggia ancora nell’aria, si mescola al tanfo di legno marcio e umidità che sale dalle assi del pavimento. Mi brucia il naso, meno di quanto siano riuscite a fare le sue parole. Però, c’è un altro odore. Quello che si nasconde sotto la cenere e il sudore: cuoio bruciato dal sole, tabacco nero, qualcosa di selvatico e oscuro che mi ricorda costantemente le notti in cui mi addormentavo con il terrore che qualcuno mi trovasse. Che lui mi trovasse.

 

Scuoto la testa e scaccio il pensiero. Ora, devo restare concentrata e in guardia. Soprattutto con Elias e i Grave Saints. Stringo i pugni fino a sentire le unghie mordere la carne. Il dolore è un ancoraggio, qualcosa di reale in mezzo a questo turbine di domande senza risposta. Perché sono tornata? Lo so, eccome se lo so. Ma ammetterlo ad alta voce vorrebbe dire aprire una porta che ho sbarrato anni fa, e non sono sicura di voler vedere ciò che c’è dietro.

 

Quella che ho di fronte, invece, è un invito. O forse una trappola.

 

E io sono troppo stanca per scegliere.
 

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