Il bastardo della duchessa - Webnovel - Narae

Il bastardo della duchessa

Laura Gay - Historical Romance

Inghilterra, fine Ottocento. Un amore proibito, un segreto capace di distruggere una famiglia. Sebastian e Prudence lottano contro regole crudeli e sentimenti inconfessabili, mentre la passione li divora. Tra inganni, scandali e ribellione, dovranno scegliere se rinunciare al cuore o … more


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Episodio 1

 

Pembroke Hall, Wiltshire, Inghilterra

 

La pioggia scendeva fitta, rigando i vetri con scie irregolari. Lady Prudence Beaufort tamburellò nervosamente le dita sulla finestra, trattenendo il respiro ogni volta che scorgeva un’ombra o un lieve movimento lungo il viale d’accesso. Poi, finalmente, una carrozza apparve all’orizzonte, avanzando nella nebbia di quel pomeriggio tempestoso. Le ruote lasciarono dei solchi profondi nel terreno fangoso, prima di arrestarsi davanti all’ingresso.

 

“Madre, è lui! Sebastian è arrivato!” esclamò la giovane, voltandosi con entusiasmo verso la duchessa.

 

Victoria sollevò lo sguardo dal ricamo che teneva tra le dita affusolate. La luce del caminetto tremolava sulle sue guance di una carnagione pallida, ma ancora lisce e perfette. Gli occhi azzurri apparivano gelidi.

 

“Non capisco tutto questo fervore” rispose con voce ferma. “Quell’uomo ha trascorso anni a ignorarci, gozzovigliando in giro per l’Europa. Torna solo ora, quando suo padre è in fin di vita, per raccogliere ciò che gli spetta.”

 

L’entusiasmo di Prudence si affievolì. Sollevò il mento con aria di sfida.

 

“È pur sempre mio fratello.”

La madre le rivolse un’occhiata severa. “Fratellastro” la corresse.

 

Prudence serrò le labbra senza replicare. Il cuore le batteva forte. Erano trascorsi così tanti anni dall’ultima volta che aveva visto Sebastian, che ora non stava più nella pelle all’idea di riabbracciarlo. Corse alla porta e la aprì per uscire in corridoio, quindi scese le scale di fretta, la stoffa della gonna che frusciava attorno alle sue caviglie sottili. Aveva quasi raggiunto il pianerottolo, quando il pesante portone d’ingresso si spalancò con un tonfo sordo.

 

Una folata di vento e pioggia invase l’atrio, e un uomo entrò, scrollandosi la pioggia dal mantello zuppo.

 

Era alto, con spalle larghe e un portamento altero. Avanzò nell’ombra della grande sala, i capelli neri appiccicati alla fronte e il mantello grondante che disegnava un rivolo d’acqua sul pavimento di marmo. Se lo sfilò di dosso, porgendolo con un gesto disinvolto al maggiordomo. Quindi si tolse il cappello, e lasciò anche quello nelle mani di Edgar.

 

Solo allora sollevò lo sguardo.

 

Due occhi grigi, freddi e penetranti, la trapassarono da parte a parte.

 

Prudence rimase impietrita.

 

Era cambiato.

 

Il giovane dal sorriso beffardo che ricordava era svanito, sostituito da un uomo dalla bellezza austera, quasi demoniaca. Non era più il fratello che conosceva e amava.

 

Era un estraneo.

 

***

 

La pioggia batteva incessante sul tetto della carrozza mentre Sebastian Beaufort, marchese di Strathmore, osservava il grande cancello della tenuta emergere dalla foschia. Un lacchè in livrea si affrettò ad aprirlo, e il veicolo proseguì lungo il viale alberato fino al piazzale di fronte alla casa.

 

Nulla era cambiato.

 

La facciata imponente lo fissava, immutata, testimone di un passato che non aveva mai smesso di perseguitarlo.

 

Con un sospiro, spalancò lo sportello e scese, correndo sotto la pioggia. Edgar, il maggiordomo, era già sul portone, pronto ad accoglierlo con un inchino ossequioso.

 

Sebastian gli consegnò il mantello e il cappello senza una parola, poi sollevò lo sguardo verso la scalinata. Dei passi affrettati riecheggiarono nel corridoio, destando la sua curiosità.

 

Fu allora che la vide.

 

Una giovane donna, minuta, con lunghi boccoli color miele che incorniciavano un volto dall’ovale perfetto. Sembrava un’apparizione, delicata ed eterea.

 

Ci mise un attimo a riconoscerla.

 

Quando aveva lasciato quella casa, lei era solo una bambina di nove anni. Ora doveva averne quasi diciotto.

 

Era sbocciata come una rosa.

 

Si irrigidì, lasciando che lo sguardo la percorresse dall’alto in basso con studiata alterigia.

 

“Sei Prudence, suppongo.” Celò il proprio turbamento dietro una maschera di indifferenza, mentre lei gli rivolgeva un sorriso luminoso.

“Bentornato, Sebastian.” Dopo un attimo di esitazione, la giovane prese la rincorsa e gli si lanciò tra le braccia.

 

Sebastian rimase di sasso.

 

L’odore di viole e talco gli solleticò le narici, un profumo innocente, eppure straordinariamente seducente. La consapevolezza della propria reazione lo raggelò. Con un moto brusco, si scostò da lei, fissandola con severità. Quindi, la ignorò volutamente, voltandosi verso il maggiordomo.

 

“Edgar, dov’è il duca?”

 

Non lo chiamò “padre”. Non poteva.

 

“Nella sua camera, milord. Da giorni è privo di conoscenza.”

Sebastian annuì, la voce tesa. “Porta il bagaglio nella mia stanza e fa’ sistemare le mie cose.”

 

Senza attendere risposta, si avviò verso la scalinata, salendo i gradini a due a due. Il cuore gli martellava nel petto, mentre dietro di lui avvertiva ancora lo sguardo di Prudence su di sé.

 

Si impose di non pensarci.

 

Non erano mai stati davvero fratelli, ma questo lei non lo sapeva. Lui, invece, mai come in quel momento ne era stato così dannatamente consapevole.

 

Arrivato al piano superiore, si fermò davanti alla grande porta intarsiata, con la manopola d’oro zecchino che brillava alla luce fioca del corridoio. Non bussò. Non ce n’era bisogno. L’uomo che l’aveva cresciuto come un padre non poteva rispondergli.

 

Aprì la porta e varcò la soglia. La stanza era immersa nell’oscurità, illuminata solo da un paio di candele tremolanti. Il tanfo di chiuso e medicinali aleggiava nell’aria, rendendola irrespirabile, e tra le lenzuola ricamate, sull’enorme letto a baldacchino, il duca giaceva immobile, il respiro affannoso e il volto esangue.

 

Sebastian lo fissò a lungo.

 

Una vita fa avrebbe provato pietà. Ora, invece, sentiva solo un vuoto colmo di amarezza.

 

“Alla fine hai avuto quello che meritavi, eh, vecchio bastardo?” mormorò, la voce impregnata di astio.

 

Per diciassette anni aveva creduto che quell’uomo fosse suo padre. Lo aveva amato, ammirato. Aveva desiderato il suo affetto con la cieca devozione di un figlio. E in cambio, aveva ricevuto solo umiliazioni e punizioni corporali. Più si sforzava di compiacerlo, più Sua Grazia sembrava insoddisfatto. Nulla era mai stato abbastanza per lui.

 

Finché non aveva scoperto la verità.

 

Sebastian non era il figlio del duca. Non era sangue del suo sangue, ma solo un bastardo, nato dalla relazione tra la precedente duchessa e un semplice stalliere. La sua vita intera si era fondata su una menzogna.

 

La nausea lo colpì con una violenza inaspettata, ma la ricacciò in gola. Le mani si strinsero a pugno sui fianchi, le nocche sbiancarono per la forza con cui serrò le dita.

 

Era per questo che era fuggito.

 

Aveva vagato per l’Europa nel vano tentativo di ritrovare sé stesso, ma in cambio aveva raccolto solo amarezza e vergogna.

 

Non sapeva più chi fosse, né si riteneva degno di ereditare un titolo che non gli apparteneva. E nonostante ciò, non aveva il coraggio di rinunciarvi. Non avrebbe mai rivelato al mondo la verità sulla sua nascita.

 

Sollevò di nuovo lo sguardo verso l’uomo che lo aveva cresciuto nella menzogna e punito per una colpa non sua.

 

Non provò nulla.

 

Si voltò e lasciò la stanza, chiudendosi la porta alle spalle senza un ripensamento. Nel corridoio immerso nell’oscurità, inaspettatamente, si trovò davanti Victoria, l’attuale moglie del duca. Una donna fredda, incapace di provare sentimenti. I suoi occhi lo fissarono con disapprovazione, le labbra erano serrate in una linea dura.

 

“Ti sei deciso a tornare, infine” commentò stringendo gli occhi.

Lui le rivolse un sorriso storto, mentre un lampo di sarcasmo attraversava le sue iridi d’acciaio. “Ti sono mancato?” domandò inclinando leggermente il capo.

La duchessa si irrigidì. Il disprezzo era palpabile, pronto a esplodere. “Sei qui solo per il titolo” sputò con rancore. “Non ti importa nulla della tua famiglia.”

“Famiglia?” ghignò lui. Quel termine suonava ridicolo sulle labbra. Sebastian sapeva che quella donna malefica conosceva il suo segreto. Era stata proprio lei a rivelarglielo, con la crudeltà di chi gode nel distruggere. Lo aveva colpito nel momento in cui lui era stato più vulnerabile, dopo averlo sedotto. Quindi, aveva affondato la lama nel suo petto, con parole affilate come rasoi.

 

Sebastian la odiava quanto odiava suo padre.

 

La donna scoprì i denti in una smorfia, simile a una leonessa pronta ad attaccare. “Non hai alcun diritto” sibilò. “Non meriti il titolo di duca, né l’eredità di tuo… di mio marito. Sei solo un bastardo.”

 

La furia lo travolse come una tempesta. In un attimo la afferrò, la spinse contro la parete con una violenza incontrollata. Le strinse una mano attorno alla gola delicata, gli occhi ridotti a fessure incandescenti.

 

“Taci” le intimò con voce bassa, pericolosa. “Non dirai niente a nessuno. Mai. O ne pagherai le conseguenze.”

Lei ansimò, ma non distolse lo sguardo; un’ombra di sfida ancora accesa nelle pupille dilatate. “Non ho nulla da guadagnarci nel rivelarlo” replicò con un sorriso velenoso. “Ma voglio qualcosa in cambio del mio silenzio.”

Sebastian allentò la presa, scrutandola con diffidenza. “Parla.”

“Voglio che, dopo la morte del duca, ti prenda cura di me e di Prudence. Trovale un marito adatto, aiutala a sistemarsi.”

 

Lui trattenne il fiato. Il solo pensiero gli risultava sgradevole senza comprenderne appieno il motivo. Ma sapeva di non avere altra scelta. Alla fine annuì, lasciandola libera.

 

Victoria si accarezzò il collo con un sorriso di trionfo.

 

“Ora, se vuoi scusarmi” la salutò Sebastian, gelido, oltrepassandola senza degnarla di un ultimo sguardo.

 

Attraversò il corridoio con passi pesanti, la suola delle proprie scarpe bagnate che risuonava, sgradevole, sulle fredde lastre di marmo. Con un gesto imperioso della mano, bloccò un giovane valletto che stava scendendo le scale.

 

“Preparami un bagno caldo. Subito” abbaiò, senza neppure guardarlo in faccia.

 

Il ragazzo annuì freneticamente, affrettandosi a eseguire il compito affidatogli. Sparì in direzione dei quartieri della servitù, e Sebastian raggiunse la propria stanza. Si chiuse dentro con un sospiro di sollievo, nel ritrovarsi finalmente solo.

 

Il fuoco del camino ardeva con vigore, diffondendo un tepore confortante che contrastava col gelo che gli era penetrato nelle ossa. Senza pensarci troppo, iniziò a spogliarsi, liberandosi della giacca pesante e della camicia. Poi, si sedette sull’ampia poltrona accanto al camino e si sfilò gli stivali con un sospiro di beatitudine.

 

L’improvviso bussare alla porta lo fece trasalire.

 

Si alzò di scatto, infastidito da quell’interruzione. Con un movimento secco spalancò la porta, convinto di trovarsi davanti il domestico coi secchi dell’acqua calda.

 

Invece, si ritrovò a fissare Prudence.

 

La ragazza era in piedi di fronte a lui, con gli occhi spalancati, simili a quelli di un cerbiatto colto di sorpresa durante la caccia.

 

Sebastian strinse la mascella.

 

“Che vuoi?” domandò, seccato.

 

Lei sbatté le lunghe ciglia, lo sguardo scivolò involontariamente sul suo petto nudo, illuminato dalla luce tremolante del camino, mentre le guance prendevano fuoco all’istante.

 

Un sorriso crudele incurvò le labbra di Sebastian.

 

“Non dovresti bussare alla porta di un uomo, se non vuoi vedere cose che colpiscano il tuo pudore virginale” la schernì con voce bassa e tagliente.

 

Prudence sollevò il mento di scatto, cercando di mantenere la propria compostezza. Ma il rossore che le colorava le gote la tradì. Rimase ferma sulla soglia, incapace di emettere un solo fiato, mentre lui la osservava con aria di sfida.

 

***

 

Sentì il cuore battere all’impazzata mentre sostava sulla soglia della stanza di Sebastian.

 

Era a disagio.

 

Aveva esitato a lungo prima di prendere il coraggio di affrontarlo, ma ora non poteva più tirarsi indietro. Prudence maledisse sé stessa per la propria codardia, e sollevò lo sguardo su di lui.

 

Sebastian era fermo, appoggiato allo stipite della porta, e la fissava torvo. Non si era aspettata di trovarlo così, a torso nudo, illuminato dalla luce fioca del camino. L’aria intorno a loro era calda, satura del profumo di legna bruciata e dell’umidità della pioggia che ancora gli impregnava i capelli corvini. La sua pelle era leggermente abbronzata, il torace scolpito, le spalle larghe e forti.

 

Deglutì a fatica, sentendo un improvviso calore salirle al viso.

 

“Il gatto ti ha mangiato la lingua?” domandò lui con un cipiglio severo, la voce bassa, venata di irritazione. “Ti ho fatto una domanda: perché sei qui?”

Prudence sbatté le ciglia. Avrebbe dovuto distogliere lo sguardo, ma non ci riusciva. Era come ipnotizzata dalla sua imponenza, dalla disinvoltura con cui si muoveva, dalla tensione che ancora gli increspava i muscoli del petto.

 

Infine, abbassò gli occhi. Il cuore le fece una capriola all’interno della cassa toracica.

 

“Io… volevo solo sapere se ti ho offeso in qualche modo.”

 

Lui inarcò un sopracciglio come se non comprendesse. Allora, Prudence si fece coraggio.

 

“Nel vestibolo, poco fa” chiarì con voce gracchiante. “Sei stato così freddo con me. Come se fossi una perfetta estranea.”

Sebastian sospirò, passandosi una mano tra i capelli umidi. “Forse perché lo sei.”

Quelle parole le trafissero il cuore. “Non dire così. Un tempo eravamo amici, complici. Più che fratelli. Tu mi portavi in spalla, mi facevi ridere… mi proteggevi. Cosa è cambiato?”

Lui la fissò con occhi grigi e imperscrutabili. “Siamo cambiati entrambi, Prudence. Tu non sei più una bambina col moccio al naso, e io non sono più il ragazzo spensierato di un tempo. Sono un uomo.”

“Ma io ti voglio ancora bene” sussurrò, avvertendo un nodo stringerle la gola.

 

Sebastian si irrigidì. Per un attimo le parve di cogliere un barlume di esitazione nelle sue iridi, ma subito dopo il suo volto tornò duro, granitico.

 

“Risparmiami queste smancerie. Non è il momento.”

 

La freddezza della sua voce la ferì più di quanto volesse ammettere. Si morse il labbro per trattenere le lacrime e fece un passo indietro, poi un altro. Infine, voltò le spalle e fuggì via, il cuore in subbuglio.

 

Corse a chiudersi in camera, il fiato spezzato e il petto che si alzava e abbassava a scatti. Si gettò sul letto, raggomitolandosi in posizione fetale. Le lacrime continuavano a pungerle gli occhi, ma non era solo tristezza quella che sentiva. Era qualcos’altro. Qualcosa di sconosciuto, pericoloso.

 

La sua mente la riportava di continuo alla visione di Sebastian, seminudo; la pelle dorata, i muscoli contratti.

 

E il modo in cui l’aveva guardata.

 

Santo cielo!

 

Perché avvertiva quello strano turbamento? Perché il suo corpo reagiva in quel modo?

 

Scosse la testa, confusa e frustrata. Non capiva, non voleva capire. Ma una cosa era certa: lui aveva ragione, erano cambiati entrambi.

 

Non riusciva più a vederlo come un fratello.

 

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