Adelia Marino, Federica Alessi - New Adult
Genevieve vuole restare invisibile nel suo ultimo anno, ma Talon, tormentato e irresistibile, manda in frantumi ogni sua certezza. Tra segreti, desideri proibiti e ferite ancora aperte, i due si ritrovano intrappolati in un gioco pericoloso di attrazione e paura. … more
Ero abituata al cambiamento. Per via del lavoro di mio padre, molte volte avevo cambiato Stato, città, scuola. E proprio per questo cercavo di non legarmi mai a nessuno, l’amicizia non sarebbe durata a lungo e non amavo gli addii. Quindi un’amica era l’ultima cosa che volevo presso la Boulder High School in Colorado, ma Ophelia Simmons sembrava decisa a essere la migliore amica del secolo. Aveva preso il suo incarico di guida, da parte della preside Ford, alla lettera. Quando mi ero presentata nell’ufficio della dirigente scolastica, Ophelia mi stava già aspettando, impaziente di fare la mia conoscenza e di farmi scoprire ogni angolo dell’istituto.
Dal mio armadietto al bagno delle signore. Dalla mensa al cortile. Dallo stanzino delle scope alla biblioteca.
“Ti troverai bene qui, vedrai” mi assicurò prima di fermarsi davanti a me. Mostrai un sorriso cortese alla mia, a quanto pareva, nuova amica. Oserei dire unica, perché dubitavo di riuscire ad averne due, inoltre nemmeno le volevo. Già avevo capito che Ophelia faceva per dieci, mi bastava. “Ti presenterai alle selezioni di cheerleading?” mi chiese.
Mi venne quasi da ridere. Ero tutto tranne che aggraziata ed elastica.
“No, non voglio essere una cheerleader” risposi.
“Oh!” esclamò.
“Che c’è?” domandai curiosa.
“Beh, tutto nel tuo aspetto grida ragazza pompon” rispose facendo un gesto teatrale per indicare la mia figura, dalla testa ai piedi.
Il suo paragone era una cosa positiva o negativa?
Abbassai il capo per vedere se indossavo ancora lo stesso abbigliamento che avevo scelto per il primo giorno del mio ultimo anno nella nuova scuola: pantaloni di jeans attillati, maglietta di una band rock anni ’80, sneakers. Era tutto dove doveva essere.
“Wow, e io che pensavo di sembrare discretamente anonima” dissi. “Tu le farai?” domandai riportando lo sguardo su di lei.
Rise e scosse il capo divertita. “A me piace di più stare seduta sugli spalti ad ammirare i giocatori di lacrosse che si allenano senza maglietta” iniziò sollevando maliziosamente il sopracciglio. Comprendevo, piacevano anche a me tutti quei muscoli in bella mostra. Se pensavo alle goccioline che imperlavano la loro pelle, mi si seccava la gola. Ma non ero così in confidenza da svelarglielo. “Non so che aspetto avessero i ragazzi del liceo che frequentavi nella tua vecchia città, ma qui esibiscono sorrisi da strappa-mutande” continuò. “Tranne uno.” Corrugai la fronte. “Lui non sorride mai” aggiunse inclinando la testa a sinistra. “Nemmeno quando si portano a casa una vittoria.” Seguii il suo movimento e notai il tizio a cui si riferiva. Il suo sguardo era fisso su di me. Da quanto tempo mi stava osservando? I suoi occhi passarono in rassegna ogni tratto del mio corpo, mi sentii nuda sotto il suo accurato interesse. Mi fissava come se mi stesse esaminando. E nel mio stomaco qualcosa di inaspettato si mosse. Ero troppo distante per riuscire a vedere il colore dei suoi occhi, ma qualcosa mi diceva che non erano neri come gli indumenti che indossava. “Cosa ti avevo detto?” chiese facendomi distogliere lo sguardo.
Forse non sorrideva in pubblico, forse lo faceva in privato. Forse era timido, riservato.
“Avrà le sue ragioni” dissi facendo spallucce. Non sapevo nulla di lui, eppure mi ritrovai a giustificarlo. Forse perché anche io non sorridevo a tutti. Anche io, spesso, tenevo a distanza chi mi circondava.
“Diresti mai che a Talon Beauchamp piace lanciare una palla tonda dall’altra parte del campo con una mazza?” Lo riguardai, lui mi stava ancora fissando. No, decisamente non aveva scritto in fronte che giocava a lacrosse. “Vieni, ti accompagno in aula” si offrì. Accettai la sua cortesia e la seguii. Scoprii che non avevamo nessun corso in comune e una parte di me si sentì sollevata. “Ci vediamo in mensa” aggiunse prima di salutarmi e augurarmi buona fortuna per il mio primo giorno alla Boulder.
Quando entrai in aula, notai che non ero tra i primi ad arrivare, ma nemmeno tra gli ultimi.
“Tu devi essere Genevieve Allen, corretto?” mi domandò il professore che sapevo, da quanto letto sul programma delle lezioni, chiamarsi Sutherland. Annuii. “È un vero piacere incontrarti” continuò con un tono basso, mentre mi faceva cenno di avvicinarmi alla cattedra. Si sporse appena verso di me, quel tanto che bastava per non farsi sentire dagli alunni presenti in classe. “Conoscevo tua madre. Era una persona straordinaria.” Volevo sbeffeggiarlo, ma mi trattenni. Tutti a Boulder sapevano chi erano i miei genitori, erano nati e cresciuti lì, poi una volta sposati si erano trasferiti altrove. “A proposito, mi dispiace per la vostra perdita.”
Finsi un sorriso. L’ultima cosa che volevo era parlare della donna che mi aveva messo al mondo e cresciuto fino ai dodici anni. Mia madre non era morta, ma per me era come se lo fosse.
Mi congedai alla svelta e, prima che altri alunni entrassero in aula, mi sedetti nel banco in fondo accanto alla finestra.
“Quello è il mio posto” mi avvertì una voce.
“Qui sopra non c’è scritto alcun nome” ribattei senza preoccuparmi di voltarmi. Era stato maleducato nei miei confronti, se me lo avesse fatto notare usando un tono più gentile mi sarei anche scusata e spostata.
Vidi una mano tatuata passarmi sotto il naso, l’indice picchiettò l’angolo sinistro del banco, così mi feci avanti con il busto per leggere: Proprietà di Talon. Mi irrigidii. Alzai il capo per guardarlo in faccia e fui colpita dai suoi occhi azzurri. Notai anche i piercing, quello al naso e quello al labbro inferiore, come vidi il disegno tatuato sul collo.
Senza fare storie, mi alzai e mi accomodai in uno dei due banchi liberi rimasti.
“Anche quello appartiene a qualcuno” continuò. L’aula era troppo silenziosa, e quando sbirciai capii il perché: tutti ci stavano guardando. Tutti tranne il professore che era intento ad annotare qualcosa sul suo taccuino. Scrutai l’angolo del tavolo e lessi che apparteneva a una certa Gretchen.
“Per me puoi rimanere lì, little bird” affermò quello che presupponevo fosse suo amico. “Non mi dà fastidio” concluse. Così, un po’ per sfida nei confronti di Talon e un po’ per l’imbarazzo che provavo verso i presenti che stavano osservando la scena, restai seduta dov’ero. “Puoi occupare quel posto ogni volta che vorrai” riprese. Gli sorrisi grata.
“Non può proprio per un cazzo, Trey” lo interruppe Talon severo. “Trovati un altro banco” mi disse. Sembrava sul punto di perdere la pazienza.
“Non ci sono sedie vuote e banchi liberi” feci notare calma, dato che l’ultimo posto disponibile era stato occupato da Trey.
Talon sembrò furioso: i fatti confermavano le mie parole, non stavo affatto dicendo assurdità.
“C’è qualche problema?” intervenne il nostro insegnante.
“Nessuno” disse Talon prima di alzarsi e dirigersi verso l’uscita sbattendo la porta.
Mi aspettavo che tirasse qualche calcio prima di andarsene dall’aula, che fornisse altro su cui parlare, ma non lo fece.
“Tirate fuori il vostro libro di matematica” ordinò il professore, mettendo fine al chiacchiericcio che si era generato.
“Perdonalo, Talon non è sempre così” mormorò l’amico avvicinandosi.
Non doveva giustificare il suo atteggiamento.
“Intendi stronzo?”
“Sono Trey” si presentò invece di ribattere.
“Genevieve.”
“So chi sei, sei la ragazza nuova.” Lo disse come se essere l’ultima arrivata non era per niente una bella cosa.
“È un male?” domandai.
“Non per me” rispose facendomi l’occhiolino.
Roteai gli occhi al cielo per la sua spavalderia e archiviai la conversazione per prestare attenzione al professore.
Quando terminò l’ora, presi il mio zaino, salutai Trey e uscii dall’aula per dirigermi alla prossima lezione.
***
Era giunta l’ora di pranzo e, come mi aspettavo, Ophelia aveva mantenuto la sua parola, a mensa prese posto accanto a me.
“Come sta andando il tuo primo giorno in questa scuola?” Se non si contava lo spettacolino di cui ero stata protagonista, bene.
“Normale” risposi esaminando minuziosamente ciò che avevo nel vassoio, per niente appetibile.
“Non è ciò che ho sentito nei corridoi.” Alzai il capo di scatto, stupita da quanto le notizie corressero veloci alla Boulder High School, ma non le chiesi cosa si raccontasse tra un armadietto e l’altro. “Sembra che tu sia riuscita a richiamare l’attenzione del ragazzo che la maggior parte delle ragazze di questa scuola desiderano.”
Calamitare Talon verso di me era l’ultima cosa che volevo.
“È stata solo una piccola incomprensione, sono sicura che domani si parlerà già di qualcos’altro.”
Ophelia mi guardò con un sorriso ironico e infilò una forchettata di insalata in bocca.
“Credo invece che” disse dopo un attimo, “dal modo in cui lui ti guarda, sentiremo parlare ancora molto di te.” Non appena notò che stavo per voltarmi, alzò un dito per fermarmi. “Non girarti” aggiunse. “In questo momento, poi, è tutto fuorché discreto.” A quel punto, non potendo farne a meno, ignorai il suo avvertimento e mi voltai.
Talon era lì che mi fissava con uno sguardo che sembrava tanto intenso quanto indecifrabile. Cosa voleva da me? Non era di certo uno che aveva bisogno di attirare l’attenzione in modo così evidente su di sé, eppure sembrava catalizzarla naturalmente, senza sforzo. Mi sentivo infastidita e al tempo stesso incuriosita da quel suo atteggiamento di superiorità che sfoggiava come se gli fosse concesso farlo.
Ma qual era il suo problema?