Il Libraio e il Gumiho - Webnovel - Narae

Il Libraio e il Gumiho

Gaëlle Magnier - Boys Love

Quando eredita una vecchia libreria a Seul, Soo Yeon non immagina che la sua vita sta per cambiare. Solitario e riservato, trascorre le giornate tra i libri… fino all’arrivo di un cliente dal fascino magnetico. Capelli rossi, occhi dorati, modi … altro


26 Episodi

Stagione 1 - Episodio 1

 

La Promessa

 

 

Mentre sollevava lo sguardo con lentezza verso gli immensi grattacieli, la gumiho dovette arrendersi all’evidenza. L’antica città di Hanyang, nota come Gyeongseong sotto l’occupazione giapponese prima di prendere il nome sotto la quale la conosciamo tutti oggi, Seul, era cresciuta troppo in fretta.

 

Gli immobili, i parchi, i negozi, i parcheggi… tutto era spuntato in un batter d’occhio. Avevano conservato i palazzi, ovviamente. Dimenticare era impossibile. Era stato necessario ricostruire ciò che era stato distrutto, per non smarrire le proprie radici. Perché senza radici non si può fiorire, o almeno, non tanto facilmente. La volpe lo sapeva. Lo sapeva fin troppo bene. Aveva incontrato tanti umani che tentavano di edificare castelli di sabbia. Castelli che crollavano sotto i loro occhi anche quando ci avevano dedicato anima e corpo.

 

Quando si vede il mondo crescere intorno a sé, prosperare e andare avanti, la disperazione si dissolve e la fiamma della rinascita si riaccende. Si risveglia anche il desiderio di un futuro luminoso. Sicuramente si possono commettere errori. È la natura dell’uomo, pensò la volpe. La natura stessa della vita, perché anche lui ne aveva commessi. Ma si va avanti. È l’unico modo per non indietreggiare. Sempre un piede davanti all’altro. E Seul aveva iniziato a correre.

 

Grazie a quelle trasformazioni, tutto era cambiato tanto in fretta che persino gli anziani erano disorientati. Era talmente difficile adattarsi. Guardavano ancora verso Nord con un briciolo di speranza, quella di rivedere finalmente le loro famiglie riunite. I giovani invece ormai si erano allontanati troppo. Per loro, al di là di quel confine insormontabile, non c’era che un Paese vicino, arretrato, incapace di far sognare. La frattura tra il prima e il dopo era ormai compiuta.

 

La volpe si era assentata per poco. Un minuscolo, infinitesimale centinaio d’anni. Aveva festeggiato un compleanno nel frattempo, ottenuto una coda in più sulle nove che un giorno avrebbe posseduto. Ne aveva otto ormai, e a ogni candela spenta si sentiva meno adulta. Aveva perso tante cose. Hanyang non esisteva più. Seul l’aveva sostituita. E quel piccolo scarto tra le due era bastato a creare un trauma. I suoi occhi dorati brillavano come quelli di un cucciolo di volpe davanti all’edificio di lusso sorto proprio lì.

 

Oh sì. Seul era cresciuta troppo in fretta. Aveva vissuto troppe cose. La fine di un mondo, l’inizio di un altro, l’occupazione, le violenze, l’umiliazione, la schiavitù, le guerre intestine, la fame… C’era stato anche del buono. La gumiho non l’aveva visto, ma c’erano stati sorrisi tenaci, resilienti. C’era stato tanto amore, anche se i libri di storia non ne parlano. C’erano stati successi pagati con sforzi immani, i perenni giochi dei bambini e il solito saluto di rispetto agli anziani. La Corea era fiorita, protetta dai mille spiriti che vegliavano sulle sue terre illuminate dalle montagne.

 

Non c’era tempo da perdere, bisognava recuperare. Recuperare tutto il ritardo accumulato nei decenni. E soprattutto, non ripetere gli errori dei vicini. Così si scavava, si costruiva, si organizzava. Per non lasciarsi superare, bisognava dare spazio alla modernità. Ci si doveva muovere in fretta, tutto doveva essere facile. E poi, era essenziale poter respirare.

 

Così era stato per tutti i quartieri della città. Nemmeno quello di Seongdong fece eccezione. Da qualche anno, la foresta di Seul era emersa dalla terra. I suoi alberi erano cresciuti, lanciando i rami verso la volta celeste. Era arrivata come una boccata d’aria fresca per gli abitanti che potevano così allontanarsi dalla pressione di una società opprimente, da una vita frenetica.

 

La gumiho ne era stata felice. La sua essenza la legava alla natura, ma preferiva il comfort della città. Per la volpe, quella foresta era ideale. Poteva passeggiare tra gli alberi senza temere le trappole di un cacciatore. Quando il cielo si squarciava e gli spiriti riversavano la loro collera sulla Terra, rientrava nel suo appartamento e accendeva il riscaldamento a pavimento per non sentire più freddo. Poi un passaggio fugace dalla cucina attrezzata, che usava di rado: faceva bollire l’acqua per prepararsi una bevanda con poca caffeina, ma molto zucchero. Un conforto per il corpo quanto per l’anima. Nonostante ciò che raccontassero i suoi antenati, non esisteva modo migliore per trascorrere l’eternità. Aveva fatto quella scelta qualche anno prima e non se ne era mai pentita. Anche se l’uomo non era degno di fiducia per le volpi, in loro aveva trovato della benevolenza. Era sempre stato il suo punto debole, fin dalla nascita: si affezionava troppo a quegli esseri effimeri, capaci di qualsiasi cosa.

 

In quell’appartamento che occupava da poco tempo, aveva tutto il comfort a portata di mano. Da un lato, la vetrata si apriva sul parco e sulla natura; dall’altro, la porta dell’edificio gli permetteva di coltivare il suo amore per le belle cose. Adorava prepararsi, prendersi cura di sé. Gusti che, senza dubbio, aveva ereditato da sua madre. In città poteva passare interi pomeriggi a scegliere un nuovo paio di jeans oversize come quelli che vedeva indossare ai giovani nei video in televisione.

 

Accanto agli immensi tappeti di tulipani e azalee, erano sorti anche grandi magazzini di lusso. Le facciate brillavano, i materiali erano scuri ed eleganti. Le automobili si infilavano nel parcheggio per scaricare completi sobri e abiti raffinati. Sicuri di sé, i tacchi risuonavano sull’asfalto che li conduceva agli ascensori, senza che nessuno si soffermasse davanti alla vetrina della piccola libreria situata all’ingresso della foresta. Discreta, non certo moderna. Un profumo di fiori di ciliegio ne usciva con sottile delicatezza quando ci si passava davanti, se si era disposti a prendersi il tempo di notarlo.

 

Lei era lì ben prima dei lavori.

 

E ci sarebbe rimasta a lungo, finché la gumiho dagli occhi d’oro avesse mantenuto la sua promessa.

 

Con un gesto fluido, la volpe si voltò, il caffè da asporto stretto in una mano. Era ancora troppo caldo per accostarvi le labbra. Si era appena scottata e serrò la lingua tra i denti, come se quel gesto potesse guarirla in un istante.

 

Dall’altro lato della strada, due uomini e una donna entrarono nella libreria. La porta, chiusa ormai da quasi un anno, diede filo da torcere al più anziano. La signora teneva una cartellina e indossava un tailleur. L’aveva già vista in passato: era la notaia della vecchia libraia. Quanto al più giovane… la volpe percepiva un leggero tremito in tutto il suo corpo. Impazienza, entusiasmo, timore? Forse un po’ di tutto insieme. La sua mascella era squadrata come le spalle, eppure era alto e magro: segno di una tarda adolescenza. I capelli scuri, tagliati alla coreana, continuavano a cadergli sulla fronte. Con regolarità li scostava con la mano, senza mai riuscirci. Era bello, ma probabilmente non aveva ancora vent’anni.

 

La volpe socchiuse gli occhi. Che ci faceva lì? Avrebbe stonato di meno davanti alla sede di un’agenzia di spettacolo nel quartiere di Gangnam.

 

Bevve un sorso. Il caffè si era finalmente intiepidito, così ne approfittò per ingurgitarne metà bicchiere prima di porgerlo a un senzatetto che contava le monete sul palmo della mano.

 

“Ti va? È dolce.”

 

L’uomo, sorpreso, esitò un attimo, poi lo prese.

 

“Non ne vuole più?”

“No, prendilo tu.”

“Allora non dico di no” rispose il senzatetto, affondandovi il naso.

 

A dirla tutta, non gli capitava spesso di berne. Quando qualcuno gli dava qualcosa, era un panino o una bibita, mai un caffè. Eppure, non appena bevve il primo sorso, si rese conto di quanto quel sapore gli fosse mancato.

 

Quando ebbe finito e alzò il mento per ringraziare, il suo benefattore era già sparito. Al suo posto, una banconota da 50.000 won svolazzava nella brezza, infilata nel berretto posato a terra. Per non lasciarla volare via, la afferrò e la cacciò in tasca, poi scrutò il marciapiede di fronte. Strano, pensò il senzatetto, cosa stava combinando quel rosso? Sembrava proprio un guardone, in quel momento.

 

Dall’altro lato della strada, una figura dagli occhi dorati nascondeva la chioma fiammeggiante sotto il cappuccio della giacca. Con il naso incollato a un angolo della vetrina, osservava i tre individui all’interno della libreria.

 

Il ragazzo girava su sé stesso. Esaminava ogni dettaglio. Le vecchie librerie di legno correvano lungo le pareti. Su uno dei tavoli, affondò un dito nello strato di polvere. Dietro il bancone, premette un tasto della cassa che rimase bloccato. Era ormai troppo datata e non doveva più funzionare. C’erano ancora alcuni volumi dimenticati, impossibili da conservare. Il più giovane ne prese uno, lo aprì e lo annusò. Anche la volpe aveva avuto quel riflesso la prima volta che aveva scoperto un libro moderno, qualche anno prima.

 

Era un buon segno? Non ne era affatto sicuro.

 

La libreria sembrava aver trovato un nuovo proprietario, e la cosa la preoccupava. La gumiho aveva una promessa da mantenere, e non aveva alcuna intenzione di tradirla. Dopo lunghi mesi ad attendere quell’arrivo, si era ormai rassegnata. Il discendente della vecchia Bo non doveva aver accettato di occuparsi di un business senza futuro. La volpe si era convinta che l’avrebbero venduta per trasformarla in una discoteca alla moda. Ma finché fosse stata in vita, non sarebbe andata così. Avrebbe reso la vita impossibile a quel progetto, fatto di tutto per ostacolare i lavori. E se nessuno avesse voluto la libreria, l’avrebbe comprata lei stessa. Aveva fatto una promessa e Keum Dong-i non tradiva mai la sua parola.

 

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